martedì 28 febbraio 2012

Fine del liberismo ed elogio della frugalità


23 gennaio 2012




È uscito recentemente un interessante libro - non condivisibile in tutto - dell’economista Serge Latouche (Per un’abbondanza frugale, Milano, Bollati & Boringhieri, 2012) il quale prende atto che la Società liberal/liberista e consumistica, sta finendo sotto i colpi sempre più duri della crisi economico/finanziaria mondiale.


● Egli propone come rimedio possibile a tanto sfacelo l’unica via che si deve e si può – con un bel po’ di buona volontà – ancora percorrere: la Frugalità. Il Liberalismo nasce dall’illusione prometeica e luciferina del “Progresso e sviluppo all’infinito”. Pio IX nella sua Enciclica Quanta cura e nel Syllabus (entrambi dell’8 dicembre 1864) aveva condannato sia l’illusione social/comunista che quella liberal/liberista, e particolarmente la loro conclusione del “Progresso all’infinito” o del “Sol dell’Avvenire”. L’ultima ed 80ma proposizione del Syllabus condanna la proposizione secondo cui “il Papa può e deve venire a patti col Liberalismo, col Progresso e colla Modernità”, ove per “Progresso” s’intende il Progresso costante, incessante e tendente all’infinito, e, per Modernità la filosofia moderna (da Cartesio ad Hegel), che è soggettivista e relativista e distrugge la conoscenza oggettiva della realtà da parte dell’uomo (Cartesio) e il valore immutabile ed assoluto dei primi princìpi filosofici (Hegel), sociali/politici (Rousseau) e dei dogmi religiosi (Lutero). Latouche paragona il Progressismo e il Consumismo alla malattia chiamata “bulimia”. Certamente non bisogna cadere nel difetto opposto, verso la quale tende l’Autore, che è l’anoressia o “l’insano archeologismo” (come lo chiamava Pio XII), ovvero il “tribalismo” dello ‘Strutturalismo francese’ (Lévy-Strauss, Sartre, Lacan, Ricoeur), che riprende il tema del “buon selvaggio” di Jean Jacques Rousseau e lo porta alle estreme conseguenze del “Pensiero selvaggio” e dell’uomo non più “animale razionale e sociale” (Aristotele e S. Tommaso), ma “bestia istintiva e asociale” (Lévy-Strauss).



● Secondo il buon senso (economia come ‘Virtù della Prudenza applicata al focolare domestico’, Aristotele/S. Tommaso) e Latouche per essere nell’abbondanza basta avere solo pochi, essenziali bisogni, che possono essere soddisfatti normalmente e da tutti. L’economista francese ammette che la vita dell’uomo (e di sua moglie) non può e non deve essere assorbita al 60% dal lavoro. Essi debbono essere presenti in se stessi, tra loro e con i figli nella famiglia, nella Società civile e nella Società religiosa, poiché l’uomo ha un’anima spirituale e deve nutrire pure e soprattutto anch’essa.



● Il Consumismo liberista vive e si regge sull’insoddisfazione dell’uomo borghese o “ricco”, proprio come il Social/Comunismo che si fondava sul proletario o povero. Senza povero, che odia il ricco, e senza borghese, che si sente insoddisfatto e cerca di ingozzarsi di beni consumistici del tutto superflui, scomparirebbero il Social/Comunismo e il Liberal/Liberismo.



● La “Pubblicità” è un’arma di ossessione mentale che crea bisogni inesistenti nella mente del borghese, come la “Propaganda” bolscevica creava l’odio di classe nella mente del povero. Sia il borghese liberale che il proletario socialista si sentono scontenti di ciò che sono ed hanno e desiderano essere ciò che non sono e possedere ciò che non è necessario. Essi sono perennemente frustrati. In più, non avendo la Fede, poiché sia il liberalismo che il socialismo sono materialisti e atei o agnostici, non hanno la Speranza soprannaturale che li aiuterebbe ad affrontare serenamente le difficoltà intrinseche alla vita umana.



● Conclusione: bisogna liberarsi della schiavitù della legge del “mercato” di destra (Liberismo) e anche di sinistra (Socialismo), per poter tornare ad essere veramente uomo, ossia “animale razionale” che conosce e ama, e “animale sociale”, che dona, riceve e ricambia. Chi lo desidera può studiare la “Dottrina sociale della Chiesa” e specialmente l’Enciclica di Leone XIII Rerum novarum cupiditas (1891) e quella di Pio XI Quadragesimo anno (1931).


                                                d. Curzio Nitoglia

giovedì 16 febbraio 2012

Contributo inviatoci - In ricordo di Bobby Sands -

- Condividiamo quanto ricevuto dall'avvocato Russo, in memoria del Sands. -

Pochi personaggi sono riusciti nell’intento di unire culture differenti come Bobby Sands, il militante dell’I.R.A. morto nel 1981 dopo sessantasei giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh.
Questo, non tanto per l’eroico sacrificio di chi si spende totalmente per un’idea, che in tal precipuo caso coincide con l’amore per la patria, intesa nella sua accezione pura di suolo e sangue, ma per il significato intrinseco della lotta antimperialista del movimento extraparlamentare irlandese.
A mio sommesso parere, tale condivisione va rigettata con forza. Trattasi solo di uno dei tanti, troppi casi, in cui una certa sinistra cerca di appropriarsi di lotte che non gli appartengono, attribuendo ad esse significati e significanti assolutamente distorti.
Lungi da me voler polemizzare con gente che non merita spreco d’aria, ma la premessa era doverosa e va motivata contestualmente al racconto del personaggio Sands. Innanzitutto non si può prescindere dalla caratteristica genetica della lotta per l’indipendenza irlandese: ossia la componente cattolica. Tutta la questione nord irlandese verte sulla diatriba storica tra cattolici (repubblicani e nazionalisti) e protestanti (monarchici e lealisti) e, aggiungo io, traditori del loro stesso DNA, poiché il popolo irlandese è sempre stato fortemente cattolico prima dell’eresia orangista.
Ebbene, i novelli bolscevichi, quelli che distruggono le statue della Madonna e che tanto amano sfoggiare magliette recanti la dicitura “grazie a Dio sono ateo” dimenticano, bontà loro, questo non trascurabile particolare.
Altra caratteristica, già menzionata, ma su cui giova ripetersi per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, è l’acceso nazionalismo dell’I.R.A., una connotazione questa che non dovrebbe trovar d’accordo chi ha sempre classificato il nazionalismo come sinonimo di razzismo, conservatorismo, reazione.
Ma torniamo al sacrificio di Bobby Sands perché le reazioni che lo sciopero della fame, la sua morte e quella dei suoi compagni (in tanti seguirono il suo esempio) suscitarono, furono contrastanti. Per il governo inglese, per gli occupanti, cioè, quella morte fu una vittoria e per tale venne pubblicizzata dall’infame primo ministro inglese Margaret Thatcher. Per l’I.R.A, gli oppressi, cioè, quella morte (ma sarebbe giusto dire quelle morti poiché furono in dieci a digiunare) fu un esempio eroico di coraggio ad oltranza e per la maggior parte della popolazione irlandese quello sciopero della fame fu una tragedia che lacerò i cuori e sconvolse le coscienze. Perchè una cosa va evidenziata con forza: pur non condividendo, in alcuni sporadici casi, la strategia dell’Irish Republican Army, il popolo irlandese comunque ne condivideva gli obiettivi ed era dalla parte dei suoi ragazzi, dei suoi figli, fratelli e padri. A questo proposito è d’uopo consigliare, per chi non l’avesse ancora visto, la visione di un toccante film sull’argomento: “Una scelta d’amore”, un film che prende le distanze dalla facile retorica di tutte le pellicole che difendono la democrazia inglese e che scava nel profondo delle motivazioni di questo grande popolo in lotta.
Sembrerà strano, ma i 66 giorni di digiuno costituirono solo l’ultima goccia del calvario di questo grande uomo, un calvario che solo chi ha letto qualcosa sul famigerato blocco H delle carceri britanniche può solo osare immaginare. Basti ricordare che i ragazzi irlandesi, non indossando per protesta l’uniforme della prigione poiché volevano che venisse loro riconosciuta la qualifica di detenuti politici, con pedissequa possibilità di indossare i propri abiti (ovviamente negata dalla lady di ferro) stavano nudi con due sole asciugamani a coprire il collo e le zone intime.
Il tutto, in una cella dalla cui finestra entravano gelidi spifferi di freddo e nella quale i riscaldamenti venivano spenti l’inverno ed accesi l’estate.
Inoltre, i detenuti irlandesi dovevano espletare le proprie funzioni fisiologiche all’interno della cella, spalmando gli escrementi sui muri. Queste torture, perché in altro modo non è possibile chiamarle, sono state messe in atto da un governo che per la società perbenista e borghese ha sempre costituito un fulgido esempio di democrazia e civiltà.
Un grande uomo del secolo scorso ebbe a dire: “Dio stramaledica gli inglesi!”, non ci è dato sapere se Bobby Sands ebbe mai ad udire questa frase ma una cosa è certa: il suo sacrificio costituisce un motivo di orgoglio per tutto il popolo irlandese e per quella lotta in nome di Dio e dell’Irlanda libera che prima o poi sarà vinta.


                                                                                    Avv. Francesco Russo

venerdì 10 febbraio 2012

Invito alla preghiera in ricordo dei martiri delle Foibe - 10.02.12

In quanto molt'altri hanno già avuto cura di ricordare nei soliti modi questi martiri, a noi  non resta che raccomandare a tutti di spendere un quarto d'ora per fare un Rosario per queste vittime, morte per mano di una delle assurdità più subdole che la razza umana abbia mai partorito.

lunedì 30 gennaio 2012

Contributo inviatoci - Camerate -

- Pubblichiamo un articolo che condividiamo in toto. 
Tale scritto c'è stato inviato da una cara amica, la quale è certamente esempio di militanza per molti: invitiamo chi volesse a leggerlo con attenzione, poiché tale lettura, sicuramente, ripagherà. -



...dagli esempi del passato, la lotta presente.

Nella lotta contro questo sistema di cose, la donna ha un ruolo importantissimo, che viene tramandato dalle camerate di tutta europa.
E' importante porre l'accento sull'azione che le camerate di oggi possono (e, soprattutto, devono) intraprendere all'interno di questa società; una società che ha, come punto di riferimento, il consumismo più spinto - che altro non è che il vertice di una piramide - che ha usato proprio la donna come protagonista della dissoluzione morale - ed etica - in cui non trova più posto il suo ruolo tradizionale.
Donna eletta a simbolo di una riconquistata libertà che, di fatto, ha snaturato il suo ruolo (al punto che, se una donna decide di fare la mamma e la moglie - come è “scritto” nel suo DNA - viene giudicata come una parassita).

Le lotte di una donna tradizionalista devono essere mirate soprattutto a smascherare questa “cultura” - che ha trovato il suo humus ideale nel famigerato '68, con le sue idee martellanti (ed ossessive) che propagandavano “libertà” (l'aggettivo “libero” veniva associato a tutto) - che, a conti fatti, declassa la donna ad una sorta di prostituta istituzionale. Prova ne è l'immagine femminile che ci viene propinata da tutti i media (e che tutti accettiamo)!
Il 68 altro non è che il figlio naturale di quella Russia Sovietica che - primo stato al mondo - legalizzò divorzio e aborto: quindi non è sbagliato dire che questa società è il prodotto del comunismo più becero e del capitalismo più sfrenato, trapiantato dai cosiddetti liberatori.
E' questa società che ha distrutto le nostre tradizioni e ha voluto lo smembramento della famiglia; è dalla sua distruzione che parte l'attacco a tutti gli altri valori. E, quando, in una nazione, vengono a mancare valori forti, questa finisce col diventare terra di conquista.
Questo è il frutto di un piano ben orchestrato da chi si è spartito l'Europa (ed ha preso possesso dell'Italia, dal dopoguerra in poi), gli stessi che c'incantano con quella falsa libertà - che chiamano democrazia - che, di fatto, ha livellato - verso il basso - una nazione potente e tradizionale come era l'Italia, la stessa Italia in cui, oggi, imperano (più che in ogni altra nazione; forse ci batte la Spagna) ogni sorta di vizio.
Le camerate, consapevoli dell'inganno del mondo moderno, lottano - con vero spirito di sacrificio ed abnegazione - affinchè gli italiani (e soprattutto le donne, pilastri di una famiglia che fu) aprano gli occhi e si accorgano a quali menzogne "ideologiche" vengono sottoposti da 70 anni.

Gli esempi a cui si devono riferire le donne non sono certo le varie veline che impazzano su giornali e tv, le quali, grazie alla vendita del proprio corpo, riescono addirittura ad occupare cariche pubbliche!
La donna tradizionale è consapevole del fatto che è il sacrificio a portare i buoni frutti, non certo la misura del reggiseno.
Gli esempi che ci vengono dal passato, per noi - che siamo parte integrante della lotta -, sono parecchi.
Noi guardiamo con orgoglio alle nostre donne del SAF della RSI, quelle donne che, spinte esclusivamente dall'amor patrio, partirono senza la certezza del ritorno - moltissime, ricordiamolo, ancora sedicenni - per servire la loro Nazione, svolgendo mansioni di supporto ai soldati - i quali nutrivano un grandissimo rispetto per quelle ragazze, alle quali veniva categoricamente proibito qualsiasi abbellimento personale e qualsiasi contatto con i soldati (che non fosse per cause di servizio) -. Nulla di lontanamente paragonabile alle ragazze di oggi! Molte di loro morirono per mano dei partigiani, tante furono uccise perchè non vollero rinnegare la fede nel loro Capo e non vollero mai riferire alcuna informazione che riguardasse l'esercito in cui prestavano servizio: in parole povere, non tradirono mai!

Ci sono altri esempi a cui rivolgerci: non dimentichiamo il ruolo importantissimo delle donne spagnole all'interno della Falange. Erano donne che non conoscevano la parola “impossibile”.
Quelle donne fecero un'enorme lavoro di raccolta di tutte le tradizioni spagnole, allo scopo di far rinascere il comune senso di appartenenza e d'identità del popolo spagnolo; ma non solo.


Quando, per la Falange, iniziò il periodo di persecuzione, si rivelarono preziosissime per il movimento. Ebbero una missione specifica: fare propaganda, poiché le donne davano meno nell'occhio.
Mettevano i volantini perfino dentro le barre di sapone che vendevano per raccogliere fondi per i detenuti, i caduti e le loro famiglie.
Si fingevano mogli e fidanzate per andare a trovare i perseguitati dentro le galere. La loro presenza nelle aule di giustizia, per le strade, era causa di disordine. Non hanno mai indietreggiato. 
Anch'esse furono duramente perseguitate... se la Falange, tutt'oggi, non è stata dimenticata, è anche merito loro.
Lo stesso vale per le camerate rumene della Guardia di Ferro di Codreanu: molto attive nella propaganda e, per questo, soggette a durissime persecuzioni. Donne che ebbero un immenso spirito di sacrificio e che pagarono caro - furono uccise quasi tutte - il loro amore per la stirpe rumena e per il loro capo Corneliu Zelea Codreanu, che era odiatissimo dai politici del suo tempo (ed odiatissimi erano i suoi legionari).

Veniamo a quella gran donna che fu Eva Duarte Peron. 
Evita (come veniva chiamata dal suo popolo) ebbe un ruolo fondamentale nella svolta argentina. Non si risparmiò mai, fino all'ultimo istante della sua vita, per il suo popolo, che la amò immensamente. 
Da mediocre attrice si trasformò in esemplare interprete dello spirito del popolo argentino.
Si donò senza riserve.
Avviò un'opera sociale straordinaria, frutto di intensa e appassionata attività. 
Numerosissime furono le sue iniziative di concreto sostegno morale ed economico, in particolare per gli anziani, i bambini e le ragazze madri. Erano i lavoratori stessi che, ben volentieri, rinunciavano ad una parte del loro stipendio per aiutare chi aveva più bisogno. 
Si può ben dire che Evita risvegliò una vera e propria coscienza di popolo.
Vinse la battaglia per estendere il voto alle donne e fondò il Partito Peronista Femminile. 
Evita fu pioniera, nel suo paese, del vero femminismo, quello delle donne mobilitate al servizio della Patria e delle famiglie, quello che impone il riconoscimento del loro imprescindibile ruolo, preservandolo dagli snaturamenti ideologici che il femminismo di sinistra ancora non ha smesso di partorire. 
Evita intendeva esaltare la donna con la D maiuscola.
Sue sono queste parole, che non lasciano spazio a dubbi:
Il primo obiettivo di un movimento femminile che voglia fare del bene alla donna, che non aspiri a cambiarla in uomo, deve essere il focolare... nasciamo per creare famiglie, non per vivere nella strada. Le militanti devono agire a fianco dei loro camerati, ma affrontare le problematiche - nello specifico - femminili, evitando assolutamente di correre il rischio di “mascolinizzarsi”. In politica, la donna deve essere a fianco dell'uomo, ma senza mai permettergli di immischiarsi nei suoi affari.
Ecco chi era Evita! Un esempio lampante di donna tradizionalista.

Era questa l'idea di femminismo che aveva Evita, ed è a questa l'idea a cui aderiscono le camerate di oggi.


Le camerate di ogni tempo non si sono mai tirate indietro; sono loro l'orgoglio dei loro fratelli, sono loro che supportano le loro battaglie, consapevoli che, tutti insieme, appartengono alla stessa comunità di destino, che comprende tutti i camerati di ogni epoca!






Come disse Leon Degrelle:
 "Noi usciremo fuori da questo decadimento solo attraverso un'immensa rettificazione morale, reinsegnando agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a lottare e a morire per un ideale superiore".
E noi donne, noi camerate, raccogliamo questo appello.


                                                                   Indomita




venerdì 27 gennaio 2012

Piccola riflessione sulla necessità di raggiungere Dio

Impressionante è quanto l'uomo crolli nell'assurdo, oggi, in quanto è stato privato della capacità di andare Oltre.
La deriva nell'immoralità - dell'uomo del terzo millennio - ci conferma quanto sia insito nella natura umana stessa il cercare la soddisfazione, che troviamo solo in Dio.
Vediamo che la forza propulsiva - che spinge l'umano verso Dio - non può essere placata, per cui non può che essere reindirizzata verso soluzioni "alternative", distribuita sulle varie illusorie soddisfazioni terrene. Questa è la dimostrazione più pratica che si può dare al fatto che l'uomo è intrinsecamente fatto pella beatitudine.
D'altronde, il fatto che la nostra misera natura venga investita di Sacramenti - i quali, dall'infallibile Parola, ci vengono definiti come condizione necessaria per elevarci rispetto al nostro "fisiologico livello" - rivela che la nostra condizione non può essere stazionaria ed immobile, ma siamo destinati a sollevarci (o a degenerare).
In più, possiamo prendere come prova della propensione naturale dell'uomo verso Dio, il fatto che ogni qual cosa sia riconducibile al campo gnostico\anticristiano è, di base, uno scimmiottamento di quant'è retto e cristiano. Questo mostra come ciò ch'appartiene all'altro "filone" altro non è, se non un futile tentativo di sostituzione, fatto che implica la necessità della presenza di qualcosa di "equivalente" (che non esiste).
Altro particolare della Religione che gli anticristi, involontariamente, elogiano, risulta essere il Sacrificio stesso ed il concetto di sacrificio, che, nelle loro balbuzie, si traduce, a seconda del carattere più o meno violento della deriva, in vittimismo e nichilismo [d'altronde è palese che ogni tentativo di conquista della sovranità (materiale, poiché quella spirituale non è scippabile neanche in potenza a N.S. Gesù Cristo, nonostante sia concesso, pei nostri tempi, al demonio, di farsi principe di questo mondo) passa attraverso il convincere gli altri d'essere meritori di riscatto...] ciò significa che l'uomo riconosce la sua situazione di "disagio", di difetto.

Tale intrinseca proprietà della natura umana - tale necessità - costituisce un grosso limite pelle forze maligne, rispetto al loro progetto di dominio (concediamoci d'illuderli): ciò sia motivo d'incentivo, pella Santa Madre Chiesa!
Voglia essa insistere nel fornirci la forza prorompente del reale Sacrificio, affinché l'uomo moderno corregga la sua rotta e torni ad indirizzarsi verso il suo reale apice di soddisfazione, verso la beata eternità.

Dato ciò, vogliamo noi - con quanto scritto - porgere una preghiera pella conversione degl'infedeli, degl'ebrei, degl'ignavi e degl'apostati, di tutti coloro i quali si trovano sull'errato percorso: per permettere loro d'essere realmente felici.

Benedicat nos Virgo Maria.

martedì 24 gennaio 2012

Contributo inviatoci - Omaggio alla figura di Corneliu Zelea Codreanu -

Vi proponiamo, con piacere, un componimento inviatoci ch'ha intenzione d'omaggiare la figura di Codreanu. Buona lettura.


Nel novero dei fascismi europei, che tanto si sono differenziati tra loro per dinamiche, struttura e strategie, una caratteristica comune di fondo rinvenibile è senz’altro l’aurea che ha circondato il leader di riferimento. Questa caratteristica, più che in tutti gli altri esempi che l’Europa ci ha fornito, è ravvisabile nella “Legione dell’Arcangelo Michele”, da cui poi prenderà forma e vita la “Guardia di ferro” del mistico Corneliu Zelea Codreanu.
L’ispirazione fortemente religiosa di questo movimento, che pure ne ha caratterizzato fortemente l’economia rivoluzionaria, non è la sola componente degna di rilevo, sebbene questa abbia contribuito a creare (ma sarebbe più opportuno dire riscoprire) quella fides propria di ogni movimento antimoderno che si è affacciato in Europa nello scorso secolo.
Ma nel leggendario Capitano ritroviamo anche l’eredità migliore delle radici del nostro mondo classico; la devotio romana ad esempio, al di là della differente matrice pagana rientrante in quest’ultima, ma anche lo stoicismo di fronte alle avversità. Seneca diceva che “infelice è colui che mai ha incontrato la sciagura ed il dolore, perché costui non ha occasione di sperimentare e di conoscere la propria forza”. Ebbene, il Capitano Codreanu conosceva davvero la sua forza, perché in lui ammiriamo la sopportazione costante del sacrificio che non diventa mai tacita rassegnazione, nemmeno nell’angusta detenzione che si concluderà prima, tramite un processo farsa, ad una condanna a dieci anni di lavori forzati (1938) e dopo qualche mese da tale sentenza alla morte per strangolamento insieme ai suoi più fedeli camerati. Eseguita la sepoltura, quindici giorni dopo la fossa comune verrà aperta e sulle salme verrà gettato del vetriolo, a testimonianza di quale estremo grado riesca a raggiungere l’umana vigliaccheria.
Nel corso del suo personale calvario, mai troviamo nel Capitano parole d’odio nei confronti dei suoi aguzzini, sicuramente grazie al rapporto costante con la preghiera che ha in lui l’effetto rinnovatore che solo la fede pura riesce a garantire.
La riprova della sua grandezza sta nella sua attualità in ogni nuova piccola alba del nostro mondo ideale. Infatti, l’appellativo “legionario” ed il termine “cuib” (nido) sono stati e sono tuttora correnti in molti organismi che si richiamano ai principi del mondo tradizionale.
Ci piace concludere, richiamando un passo del suo “Diario dal carcere” del quale consigliamo assolutamente la lettura, un estratto che non è politico ma umano, nel senso che caratterizza, meglio di ogni altro, la purezza d’animo del mistico Capitano.
“Ora è sera mi sembra un secolo da questa mattina. Non ho con chi scambiare una parola. Un passerotto ha fatto il nido nel vano della finestra. Viene anch’esso a dormire. Gli do sempre delle briciole. Aspetto che mi portino il pasto. Ma neppure con loro posso parlare. Vengono sempre il tenente di servizio e il sottufficiale. Non possono parlare con me, ma si comportano con una delicatezza che per me è una consolazione. Povero soldato! Una creatura superiore che fa il suo dovere correttamente, eseguendo rigidamente gli ordini ricevuti, ma nei cui occhi non c’è passione, né cattiveria. Eleganza spirituale. Scuola dell’esercito romeno. Com’è bello!”.
Ciao Capitano.

                                                                                                    Avv. Francesco Russo

lunedì 23 gennaio 2012

LA PICCOLA “VANDEA” SICILIANA E L’ASSALTO MASSONICO



Neanche pochi giorni dai quali  si è levato in cielo il nobile forcone contadino, in simbiosi  collo sdegno dei pescatori, degli autotrasportatori e di tanta genuina Sicilia, che,  perentorio, giunge  il fuoco di fila della cosiddetta stampa “progressista”.
Una delle sue vestali è il Flores D’Arcais, infimo residuato del trozkismo sessantottino, ben tiratosi a lucido dalle arcadie del neo illuminismo radical chic.
Taglia corto dalle pagine de “il Fatto” e sfodera giudizi sommari contro i forconi. La rivolta siciliana rischierebbe a suo dire di tradursi in una nuova “vandea reazionaria”. Lascia così il margine per  una nuova adunata democratica, afferrata per l’occasione  dal proprio referente di parte, Bersani, ben risoluto  nell’invocare l’intervento delle prefetture e, quindi,  il ricorso alla forza (sic!) per arginare il  “focolaio retrogrado e ribelle”.
E’ stato sempre così. Laddove dal legittimo dissenso popolare non si subodora l’acre  e  sinistro effluvio di marxismo con la sua untuosa coscienza di classe, ma qualcosa di molto  diverso e radicato, ecco liberarsi in essi  la proditoria indole repressiva. Basta ricordare  Reggio, Battipaglia, Avola dove il PCI invocava i carri armati, tanto per fare il paio ai già  “collaudati” esempi di  Budapest, Praga, Varsavia, Berlino.
Una pletora di rancore che  rinfocola fino all’estrema sinistra, scomodando anche Indymedia colle sue ormai morbose e paranoiche disamine antifasciste.
Va detto che come  levrieri dall’eccellente fiuto, costoro sanno individuare anzitempo la natura di queste scintille . Ma se la scintilla non si colora di rosso,  così come vorrebbero tanto, avviene – oltre ogni indugio - il capovolgimento di giudizio. Nel caso del Movimento dei Forconi, è indubitato il suo ascendente in Forza Nuova. E non è occasionale né strumentale, dal momento che il puntello morale del partito  nazional-cattolico che fa capo a Roberto Fiore non risale a questi giorni, ma  lo accompagna sin dal suo embrione.
Perché negarlo, dopotutto, o peggio, vergognarsene? Uomini di sinistra come Salvatore Basile e Frediano Manzi si onorano di combattere la loro crociata antimafia ed antiusura avendo dalla loro parte, come unici e oggettivi tutelari politici, proprio l’indomabile schiera forzanovista. E’ evidente che se nei “protestatari” siculi affiori un minimo di reticenza di fronte a simile  oggettività,  è proprio a causa  della spettrale censura dei media veicolati dal potere, ben abili nell’insudiciare a base di calunnie (presenza di mafia,  violenza etc….)lo spirito legalitario e genuino della rivolta.
Il parallelo specioso di D’Arcais alla Vandea, tuttavia,  ha il pregio di evadere  il campo da ogni dubbio su quale possa essere  la reale disposizione delle forze in campo. La Vandea francese  non fu una semplice rivolta reazionaria. Fu un sussulto di dignità controrivoluzionaria di un popolo, intriso di fede e fervore identitario, contro la modernità, il liberal-giacobinismo, l’ateismo.
Il governo Monti è,  nella circostanza attuale, un’appendice giacobina della massoneria internazionale: da essa parte l’assalto per annientare, attraverso il torchio fiscale e le liberalizzazioni , quanto ancora   permane di  integro nei corpi intermedi, nelle categorie sociali produttive, negli equilibri tradizionali che hanno caratterizzato da secoli il tessuto dalla Nazione
 C’è solo da augurarsi che le rimostranze in Sicilia ( e si spera, in tutta Italia),  con il loro piglio popolare e interclassista, estranee a qualunque ingerenza comunistoide, resistano tenacemente e  vadano oltre alle pur sacrosante rivendicazioni economiche, corporative e sociali  che come tale  presentano. Rinasca, pertanto,  il germoglio spirituale necessario per la nuova ricostruzione nazionale, invertendo la rotta nella direzione di un ordine più giusto e armonico. Viva Cristo Re, viva la Controrivoluzione!!!