sabato 31 marzo 2012

Alcuni consigli pella fortificazione dei figli (e di sé stessi).

Crescere i figli è uno dei compiti più complessi ai quali siamo stati (quasi) tutti destinati. Crescere noi stessi, in più, è un qualcosa di inevitabile.
Crescere un figlio significa porre le basi pel buon (o meno) svolgimento d'un'esistenza, pella riuscita d'una salvezza eterna. Altresì, crescere noi stessi - nella giusta maniera - è essenziale per mantenerci sul giusto cammino.
Non m'accaparrerò certo il diritto di predicare com'è giusto tirar su un figlio: voglio solo riunire alcuni consigli i quali certamente rivolgerei a qualsiasi persona me ne chiedesse, sia per un figlio che per sé stessi.


Necessario è crescere (e crescersi) persone ferme. L'immobilità di Dio ci fa dedurre che la perfezione sta nella staticità, tant'è che noi, esseri imperfetti, ci differenziamo da Dio anche pella nostra mutevolezza. Con persone ferme voglio intendere decise, sicure, aventi basi forti a cui aggrapparsi, caratterizzate da univocità. Con univocità intendo serbare il minor numero possibile di punti discutibili, attaccabili, il minor numero possibile di ambiguità; specialmente in campo di Fede (la quale è razionale) e di morale, bisogna debellare le debolezze.
A parer mio, la fermezza è quanto acquisiremmo in una condizione di crescita (che si tratti di quella infantile o di quella condotta in età adulta) ideale. Siccome questa condizione è, per forza di cose, quasi impossibile, bisogna tener presente che la perfezione si può solo vagamente rasentare. 


Due sono le condizioni necessarie: consapevolezza e serenità.
Dare consapevolezza ad un infante significa anzitutto non oscurargli l'argomento "male", farglielo affrontare. S'ha paura di ciò che non si conosce, mentre si ci può difendere e si può smontare ciò di cui conosciamo le debolezze. Per fare ciò, però, bisogna che l'argomento sia trattato in una situazione di palese avversità: è assolutamente male che si lasci il soggetto in crescita in balia di ambiguità; così io non permetterei a mio figlio di vedere cartoni o leggere giornaletti ambigui, ma lascerei che il bimbo guardasse cartoni e leggesse giornaletti in cui il male è presente, ma è condannato. In questa maniera, crescendo, il bimbo non verrà traumatizzato dallo scoprire il male violentemente, bensì sarà vigile. Tanto vale anche pell'adulto che sta affrontando un percorso di crescita: egli non frequenterà compagnie ambigue, ma non fuggirà i discorsi - circa condotte errate ed argomenti negativi - fatti con cognizione di causa.
Dare serenità vuol dire far sì che l'infante non cresca in un ambiente teso. E' necessario che la famiglia venga vista dal bimbo come una fortezza. Ci deve essere armonia, amore. La famiglia deve rispettare l'ordine delle cose, affinché il bimbo provi piacere nello starci, vi si senta sicuro. Questo porrà le basi anche per una persona legata ai valori tradizionali, in quanto questa avrà una forma mentis ben strutturata. Estremamente utile è che non vi siano preoccupazioni tali da ostacolare l'assimilazione della Verità. Pell'adulto possiamo fare parallelismo colla necessità ch'egli cerchi di stabilire serenità nella sua famiglia, nel suo ambiente lavorativo, nelle comitive che frequenta, nella sua vita. Egli dovrà evitare di condurre una vita caratterizzata da ansia, fretta e nervosismi vari, per quanto sia questo, oggi, possibile. Sarebbe anche utile (nonostante rasenti l'utopia dirlo, in questi tempi) cercare un lavoro di contatto colla natura, un lavoro che non opprima e che rispetti la dignità di uomo. Bisogna educare (ed educarsi) a ritenersi esseri umani, non animali né esseri economici, non macchine: bisogna aver ben presente cosa è realmente l'essere umano, agire rispettando ciò. 

Consapevolezza significa anche che il bambino deve cominciare a capire d'essere un essere imperfetto, così come imperfetto è ciò che intorno: non deve essergli nascosta la verità poiché troppo "grande" pella sua età, ma deve essergli resa comprensibile, semplice. I primi anni di vita, infatti, sono quelli caratterizzati da maggiore malleabilità: questa è un'opportunità la cui perdita sarebbe imperdonabile. Anche l'adulto deve evitare di credere di poter raggiungere la perfezione in questa vita, altrimenti la difficoltà e la delusione lo spingerebbero ad abbandonare il giusto percorso.

Bisogna far sì che il bimbo consideri Dio in ogni cosa che andrà a fare, in maniera tale che prenda familiarità collo Stesso. Vedere Dio come una presenza perenne, come un Qualcuno che c'è anche nelle nostre azioni più banali, ci proietta certamente in una dimensione meno soggetta alle debolezze mondane. Parimenti l'adulto deve cercare di avere un rapporto familiare con Dio, pur mantenendosi nel rispetto e nella sottomissione: Dio infatti non è una figura dispotica tra noi e 'l Quale v'è distacco e freddezza, Egli è il Padre, e, come il nostro padre terreno ci darà affetto e avrà, con noi, un rapporto confidenziale, tanto più il Padre Celeste è legato a noi da amore.

Il soggetto in crescita (si parli specialmente dei bambini) deve essere pronto alla difficoltà: necessario è attraversare le proprie prove psichiche, spirituali e fisiche. "Ciò che non uccide fortifica". Ciò servirà a far sì che il soggetto veda nella sua formazione un'arma, affinché egli non possa esser tentato di cedere alle sulfuree, solite, lusinghe, coll'illusione di poter eludere le prove. Egli deve imparare a vedere nelle basi che i genitori (o sé stessi) stanno tentando di dargli una corazza, uno scrigno che contiene la forza necessaria per sopportare la ricerca della chiave di risoluzione di situazioni problematiche. I bambini hanno (devono avere) l'appoggio dei genitori e delle altre figure di loro responsabili, ma gli adulti possono trovare conforto nel fatto che 'l Signore non pone mai difronte al suo servo una voragine più lunga della sua gamba: perciò non abbiano timore. 

In ultimo, mi sento di sottolineare la necessità di debellare gli eccessi: Dio è buono e giusto, la Sua bontà e la Sua giustizia si bilanciano perfettamente. Cercare anche voi di essere così coi vostri figli (o con voi stessi); non privateli(vi) di tutto ciò che dà loro(voi) piacere e gioia, né educateli(vi) all'ozio ed alla mancanza di responsabilità e dovere. Questo è essenziale, a mio parere, per un percorso di crescita equilibrato e sereno.



Il nostro obbiettivo è formare uomini che, in forza dell'accettazione dell'immenso dono che il Signore ha voluto farci, siano realmente capaci di vivere. Proiettare ciò nei nostri tempi significa formare uomini pronti ad affrontare le tribolazioni che ci sono e quelle che ci attendono, affinché possano ottenere la meritata ricompensa.

domenica 18 marzo 2012

Aborto: assurdità del nostro tempo


  • Illogicità dell'aborto. 

Cavalcando il nonsenso della nostra epoca, si sta riuscendo a contorcere la coscienza comune: essa sta sempre più assimilando l'aborto come un presunto “diritto della donna”.

In quanto essere umano capace d'intendere e di volere (perciò pienamente padrone di sé stesso e della propria vita), costei avrebbe diritto a decidere della propria maternità. In questo caso, assistiamo al “diritto d'una vita di decidere d'un'altra”, questo dovrebbe – quindi - significare che la vita embrionale possiede una minore dignità intrinseca, rispetto a quella d'un essere umano “compiuto”; altrimenti da dove nascerebbe questo diritto?

Considerando che qualcosa di inferiore non può suscitar da sé qualcosa di superiore, siamo caduti nell'assurdo. Come potremmo mai - noi esseri umani - avere determinate caratteristiche, se l'embrione non le possedesse già in potenza?

  • Aborto come incentivo alla morte d'una civiltà.

Tutti sanno che avremmo bisogno di figli, ma molti (non tutti, ancora, per grazia divina) insistono nell'asserire che uccidere figli della nostra terra sia un diritto inviolabile delle donne della nostra stessa terra.

L'Italia ha un tasso di natalità inferiore a quello minimo pel mantenimento d'una popolazione, da decenni; inoltre, date le invasioni da parte di stranieri, possiamo asserire di starci dirigendo verso l'estinzione; l'italianità si sta diluendo in un aggregato informe di vite umane che niente hanno in comune; che, quindi, non possono definirsi popolo.

Coll'aborto stiamo contribuendo a condannare a morte un popolo.

  • Aborto come avvilimento della dignità dei legami affettivi e della sessualità umana.

Coll'accettazione dell'aborto, assistiamo alla scissione del potenziale vitale proprio dei sentimenti e della sessualità, da questi stessi. Siamo così felici di rendere la vita una proprietà opzionale di quanto noi compiamo e proviamo? Le azioni nostre - che siamo esseri vivi - possono mai prescindere dalla vita? Non accettando la vita, noi che siamo vita, non accettiamo noi stessi.



La vita è un qualcosa sotto cui l'uomo è posto a dipendenza. In quanto s'è a dipendenza di cose superiori a noi, il fatto che vogliamo accaparrarci il diritto di capire e amministrare la stessa è un qualcosa di pericoloso e controproducente. Noi non accettiamo che la gente contribuisca a mettersi in pericolo: è dovere informare, combattere, resistere alla seduzione delle parole vuote, ipocrite e sulfuree di coloro i quali vogliono incantarci con false concezioni di diritto, dignità e libertà.

mercoledì 7 marzo 2012

Letture consigliate: - IL VITELLO D'ORO -

RECENSIONE SINTETICA:



Titolo: Il vitello d'oro - l'altra faccia della storia
Autore: Orio Nardi
               edizione riveduta e curata da Salvatore Panzica
Casa editrice: Salpan Editore
Pagine: 368

Ordinabile sul sito della casa editrice Salpan.



COMMENTO PERSONALE:


Chi realmente ha, per secoli, deciso del mondo (e continua tutt'ora a farlo)? Come l'ha fatto?


Ero partita coll'intenzione di dedicare a questo libro poche righe, eppure, nel corso della lettura, la grande mole di dati e di documentazione, l'ampia quantità di rimandi ad approfondimenti e la ben fatta generalizzazione dell'argomento che quest'opera possiede, m'han convinta a pubblicare il mio personale parere in merito allo stesso.
Leggendolo, non ho potuto che pensare che questa è proprio una di quelle opere da proporre ai tanti che hanno un'idea confusa di ciò che realmente n'è stato della storia reale - o anche ai tanti a cui fa piacere addentrarsi tra righe ben composte su argomenti che DEBBONO attrarre l'interesse del popolo -. Questo scritto, abbracciando, a larghe linee, gran parte della storia e preferendo dare al lettore delle linee guida che lasciano spazio all'intelligenza dello stesso - e che gli forniscono gli strumenti adatti a poter mantenere l'orientamento nell'interpretare gli eventi -, piuttosto che darsi alla minuziosità (che, data l'indefinita dimensione dell'argomento trattato, "costringerebbe" l'autore a tralasciare troppe cose), è realmente un libro che vale la pena possedere nella propria biblioteca.

Preferendo che a continuare a parlarvi (in quanto ho trovato realmente che quest'opera parli, cosa che riesce solo a quanto\chi realmente contiene qualcosa di interessante) sia il libro stesso; spero che le mie parole vi convincano a procurarvi questo scritto, poiché esso è realmente molto soddisfacente.

Sperando che non ci manchi la benedizione della Sempre Vergine e la direzione dello Spirito Santo.

domenica 4 marzo 2012

Sulla necessità di non segretarsi.

Dio mette in luce il sentiero giusto mentre il mondo, pur di evitarlo, sceglie vie oscure.
Sul percorso luminoso, le giuste difficoltà sono poste come insegnamento, in quanto, illuminate, le possiamo vedere prima ch'esse incombano, possiamo prepararci e superarle, vedendo chiaramente anche ciò che ci attende dopo.

Nel corso della storia, ciò ch'ha distinto il bene dal male è sempre stato la trasparenza del primo e la segretezza del secondo. Un male che si vergognava d'esistere, in quanto, se si fosse palesato, sarebbe corso verso la fine.

Il Signore dice: "Alla fine dei tempi tutto ciò ch'è segreto verrà svelato".
Quale necessità avrebbe di svelare del bene? Non è egli stesso Bene? Egli è venuto tra le genti e s'è rivelato, come anche tutto ciò che è bene non ha vergogna d'avvenire sotto lo sguardo di tutti.

Ripercorrendo la storia fino ai giorni nostri, possiamo delineare come il male cerchi d'infiltrarsi negli animi mediante le sottigliezze.
Ogni malattia nasce da un piccolo germe, una singola cellula, per diventare morbo di tutto l'organismo.

Il fatto che oggi il male non si vergogni poi tanto d'apparire - in quanto è sotto i nostri occhi il fatto che lo stesso si stia lentamente palesando - deve risultarci campanello d'allarme: siamo realmente ai tempi in cui Cristo ci chiede: quando tornerò, troverò ancora Fede? 


Ogni genitore sa che correggere i figli lo si può fare quand'essi sono ancora in età d'apprendimento, cosa che dopo non sarà più possibile.
Per evitare che l'uomo senta il bisogno di correggersi, ecco che il male sta operando un'azione d'imbruttimento dell'uomo, una desensibilizzazione.
Ai nostri piccoli è proposta violenza e libera sessualità, ai grandi è proposto libertinaggio e materialismo; i nostri anziani vedono vergogna nella classica figura di "saggi" che la storia ha loro attribuito e versano tutti nell'oblio della ricerca dell'eterna gioventù. Tutti vengono spinti al rifiuto della responsabilità. Quest'ultima non è più vista come orgoglio, ma come peso.


Come può un uomo del genere apprezzare il grande dono che Dio ha fatto noi - investendoci della dignità di poterci spingere verso la beatitudine - ? 


Oggi i seguaci di Cristo sentono veramente di essere una minoranza. Ciò che il bene deve evitare è cadere nel modo di fare del male: il buono deve sforzarsi di non segretarsi.

Molti sono i santi della storia che c'hanno trasmesso un certo disprezzo del mondo, in quanto "stavano nel mondo ma non erano del mondo". Il male, al contrario, è amante del mondo: per questo spinge l'uomo ad appiattirsi al livello dello stesso, a comportarsi come un animale, che realmente è del mondo. Ciò che è del mondo è destinato a finire, in quanto questa terra passerà. Così, la natura potenzialmente eterna ed infinita dell'uomo viene spinta ad estinguersi verso l'essenza finita e limitata della terra.

Compito del vero cristiano, oggi, è anche quello di proporsi come reale ammiratore dell'uomo, in contrapposizione all'ipocrita filantropismo di facciata del male.

Educatevi ed educate ad accettare le sfide e sopportare le sofferenze; apprezzate ciò che siete in potenza di fare e cercate di mettere questo in atto: tentate di perfezionarvi sull'esempio di Cristo, in quanto dove non arriverete soli certamente Dio vi porterà.

Il cristiano proponga al mondo il suo carattere vivo, opponga alla precarietà del nuovo uomo-animale la sua propensione spinta al miglioramento.

Cristo si è proposto al mondo (Via, Verità e Vita) come il reale percorso vitale che l'uomo, per peculiarità, cerca. Nostro è il compito di farci ancora una volta emissari di Nostro Signore in un mondo che sta velocemente regredendo, come proposta perpetuamente valida di elevazione e sublimazione.

Augurandoci che la protezione della Santa Madre non c'abbandoni mai, né mai abbandoni la Sposa di Cristo.

martedì 28 febbraio 2012

Fine del liberismo ed elogio della frugalità


23 gennaio 2012




È uscito recentemente un interessante libro - non condivisibile in tutto - dell’economista Serge Latouche (Per un’abbondanza frugale, Milano, Bollati & Boringhieri, 2012) il quale prende atto che la Società liberal/liberista e consumistica, sta finendo sotto i colpi sempre più duri della crisi economico/finanziaria mondiale.


● Egli propone come rimedio possibile a tanto sfacelo l’unica via che si deve e si può – con un bel po’ di buona volontà – ancora percorrere: la Frugalità. Il Liberalismo nasce dall’illusione prometeica e luciferina del “Progresso e sviluppo all’infinito”. Pio IX nella sua Enciclica Quanta cura e nel Syllabus (entrambi dell’8 dicembre 1864) aveva condannato sia l’illusione social/comunista che quella liberal/liberista, e particolarmente la loro conclusione del “Progresso all’infinito” o del “Sol dell’Avvenire”. L’ultima ed 80ma proposizione del Syllabus condanna la proposizione secondo cui “il Papa può e deve venire a patti col Liberalismo, col Progresso e colla Modernità”, ove per “Progresso” s’intende il Progresso costante, incessante e tendente all’infinito, e, per Modernità la filosofia moderna (da Cartesio ad Hegel), che è soggettivista e relativista e distrugge la conoscenza oggettiva della realtà da parte dell’uomo (Cartesio) e il valore immutabile ed assoluto dei primi princìpi filosofici (Hegel), sociali/politici (Rousseau) e dei dogmi religiosi (Lutero). Latouche paragona il Progressismo e il Consumismo alla malattia chiamata “bulimia”. Certamente non bisogna cadere nel difetto opposto, verso la quale tende l’Autore, che è l’anoressia o “l’insano archeologismo” (come lo chiamava Pio XII), ovvero il “tribalismo” dello ‘Strutturalismo francese’ (Lévy-Strauss, Sartre, Lacan, Ricoeur), che riprende il tema del “buon selvaggio” di Jean Jacques Rousseau e lo porta alle estreme conseguenze del “Pensiero selvaggio” e dell’uomo non più “animale razionale e sociale” (Aristotele e S. Tommaso), ma “bestia istintiva e asociale” (Lévy-Strauss).



● Secondo il buon senso (economia come ‘Virtù della Prudenza applicata al focolare domestico’, Aristotele/S. Tommaso) e Latouche per essere nell’abbondanza basta avere solo pochi, essenziali bisogni, che possono essere soddisfatti normalmente e da tutti. L’economista francese ammette che la vita dell’uomo (e di sua moglie) non può e non deve essere assorbita al 60% dal lavoro. Essi debbono essere presenti in se stessi, tra loro e con i figli nella famiglia, nella Società civile e nella Società religiosa, poiché l’uomo ha un’anima spirituale e deve nutrire pure e soprattutto anch’essa.



● Il Consumismo liberista vive e si regge sull’insoddisfazione dell’uomo borghese o “ricco”, proprio come il Social/Comunismo che si fondava sul proletario o povero. Senza povero, che odia il ricco, e senza borghese, che si sente insoddisfatto e cerca di ingozzarsi di beni consumistici del tutto superflui, scomparirebbero il Social/Comunismo e il Liberal/Liberismo.



● La “Pubblicità” è un’arma di ossessione mentale che crea bisogni inesistenti nella mente del borghese, come la “Propaganda” bolscevica creava l’odio di classe nella mente del povero. Sia il borghese liberale che il proletario socialista si sentono scontenti di ciò che sono ed hanno e desiderano essere ciò che non sono e possedere ciò che non è necessario. Essi sono perennemente frustrati. In più, non avendo la Fede, poiché sia il liberalismo che il socialismo sono materialisti e atei o agnostici, non hanno la Speranza soprannaturale che li aiuterebbe ad affrontare serenamente le difficoltà intrinseche alla vita umana.



● Conclusione: bisogna liberarsi della schiavitù della legge del “mercato” di destra (Liberismo) e anche di sinistra (Socialismo), per poter tornare ad essere veramente uomo, ossia “animale razionale” che conosce e ama, e “animale sociale”, che dona, riceve e ricambia. Chi lo desidera può studiare la “Dottrina sociale della Chiesa” e specialmente l’Enciclica di Leone XIII Rerum novarum cupiditas (1891) e quella di Pio XI Quadragesimo anno (1931).


                                                d. Curzio Nitoglia

giovedì 16 febbraio 2012

Contributo inviatoci - In ricordo di Bobby Sands -

- Condividiamo quanto ricevuto dall'avvocato Russo, in memoria del Sands. -

Pochi personaggi sono riusciti nell’intento di unire culture differenti come Bobby Sands, il militante dell’I.R.A. morto nel 1981 dopo sessantasei giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh.
Questo, non tanto per l’eroico sacrificio di chi si spende totalmente per un’idea, che in tal precipuo caso coincide con l’amore per la patria, intesa nella sua accezione pura di suolo e sangue, ma per il significato intrinseco della lotta antimperialista del movimento extraparlamentare irlandese.
A mio sommesso parere, tale condivisione va rigettata con forza. Trattasi solo di uno dei tanti, troppi casi, in cui una certa sinistra cerca di appropriarsi di lotte che non gli appartengono, attribuendo ad esse significati e significanti assolutamente distorti.
Lungi da me voler polemizzare con gente che non merita spreco d’aria, ma la premessa era doverosa e va motivata contestualmente al racconto del personaggio Sands. Innanzitutto non si può prescindere dalla caratteristica genetica della lotta per l’indipendenza irlandese: ossia la componente cattolica. Tutta la questione nord irlandese verte sulla diatriba storica tra cattolici (repubblicani e nazionalisti) e protestanti (monarchici e lealisti) e, aggiungo io, traditori del loro stesso DNA, poiché il popolo irlandese è sempre stato fortemente cattolico prima dell’eresia orangista.
Ebbene, i novelli bolscevichi, quelli che distruggono le statue della Madonna e che tanto amano sfoggiare magliette recanti la dicitura “grazie a Dio sono ateo” dimenticano, bontà loro, questo non trascurabile particolare.
Altra caratteristica, già menzionata, ma su cui giova ripetersi per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, è l’acceso nazionalismo dell’I.R.A., una connotazione questa che non dovrebbe trovar d’accordo chi ha sempre classificato il nazionalismo come sinonimo di razzismo, conservatorismo, reazione.
Ma torniamo al sacrificio di Bobby Sands perché le reazioni che lo sciopero della fame, la sua morte e quella dei suoi compagni (in tanti seguirono il suo esempio) suscitarono, furono contrastanti. Per il governo inglese, per gli occupanti, cioè, quella morte fu una vittoria e per tale venne pubblicizzata dall’infame primo ministro inglese Margaret Thatcher. Per l’I.R.A, gli oppressi, cioè, quella morte (ma sarebbe giusto dire quelle morti poiché furono in dieci a digiunare) fu un esempio eroico di coraggio ad oltranza e per la maggior parte della popolazione irlandese quello sciopero della fame fu una tragedia che lacerò i cuori e sconvolse le coscienze. Perchè una cosa va evidenziata con forza: pur non condividendo, in alcuni sporadici casi, la strategia dell’Irish Republican Army, il popolo irlandese comunque ne condivideva gli obiettivi ed era dalla parte dei suoi ragazzi, dei suoi figli, fratelli e padri. A questo proposito è d’uopo consigliare, per chi non l’avesse ancora visto, la visione di un toccante film sull’argomento: “Una scelta d’amore”, un film che prende le distanze dalla facile retorica di tutte le pellicole che difendono la democrazia inglese e che scava nel profondo delle motivazioni di questo grande popolo in lotta.
Sembrerà strano, ma i 66 giorni di digiuno costituirono solo l’ultima goccia del calvario di questo grande uomo, un calvario che solo chi ha letto qualcosa sul famigerato blocco H delle carceri britanniche può solo osare immaginare. Basti ricordare che i ragazzi irlandesi, non indossando per protesta l’uniforme della prigione poiché volevano che venisse loro riconosciuta la qualifica di detenuti politici, con pedissequa possibilità di indossare i propri abiti (ovviamente negata dalla lady di ferro) stavano nudi con due sole asciugamani a coprire il collo e le zone intime.
Il tutto, in una cella dalla cui finestra entravano gelidi spifferi di freddo e nella quale i riscaldamenti venivano spenti l’inverno ed accesi l’estate.
Inoltre, i detenuti irlandesi dovevano espletare le proprie funzioni fisiologiche all’interno della cella, spalmando gli escrementi sui muri. Queste torture, perché in altro modo non è possibile chiamarle, sono state messe in atto da un governo che per la società perbenista e borghese ha sempre costituito un fulgido esempio di democrazia e civiltà.
Un grande uomo del secolo scorso ebbe a dire: “Dio stramaledica gli inglesi!”, non ci è dato sapere se Bobby Sands ebbe mai ad udire questa frase ma una cosa è certa: il suo sacrificio costituisce un motivo di orgoglio per tutto il popolo irlandese e per quella lotta in nome di Dio e dell’Irlanda libera che prima o poi sarà vinta.


                                                                                    Avv. Francesco Russo

venerdì 10 febbraio 2012

Invito alla preghiera in ricordo dei martiri delle Foibe - 10.02.12

In quanto molt'altri hanno già avuto cura di ricordare nei soliti modi questi martiri, a noi  non resta che raccomandare a tutti di spendere un quarto d'ora per fare un Rosario per queste vittime, morte per mano di una delle assurdità più subdole che la razza umana abbia mai partorito.