giovedì 19 aprile 2012

Contributo inviatoci: - Maria nell'arte: Paul Marie Verlaine e la figura della Vergine Maria - di J. M.


Paul Marie Verlaine nasce a Metz il 30 marzo del 1844.
La sua famiglia apparteneva alla piccola borghesia: il padre, era capitano nell'esercito.
Più che seguire gli studi di legge, ai quali era stato avviato, frequentò i circoli letterari e parnassiani.
Si diede ben presto ad una vita disordinata alla quale alternava qualche periodo di regolarità. 
Nel 1871, lascia la moglie e il figlio e si lega in un turbinoso ed equivoco rapporto col giovane poeta
Arthur Rimbaud col quale viaggiò per l’Europa. In uno dei tanti tentativi di allontanarsi da lui e
terminare la relazione, in preda all’alcol lo ferisce con una pistola e viene arrestato. Nel silenzio
della prigione Verlaine avvertì tutta la vergogna della sua vita, e si convertì, deciso a far riemergere
il fuoco del suo battesimo dal "mucchio di cenere" del suo passato. Per un certo tempo restò fedele
agli impegni della conversione, ma, le vecchie abitudini, lo travolsero ben presto, e finì per
rassegnarsi alla sua degradazione. Prima di morire, il 7 gennaio del 1896, fece chiamare un
confessore per ricevere il sacramento della riconciliazione, il giorno seguente, prematuramente
consumatosi, muore a Parigi a soli 52 anni.

Ci troviamo a trattare il periodo storico-letterario che va dal Parnassianesimo francese e dal
Preraffaelismo inglese al Simbolismo europeo. La poesia non significa più il mondo ma è il mondo.
Dunque non vuole più avere un contenuto semantico, rappresentativo, referenziale, ma tende a
sciogliersi in musica cioè in vera e propria arte.
Paul Verlaine rientra nel momento in cui, dopo la dissoluzione della tendenza parnassiana si andava
coagulando il Simbolismo. Considerato uno dei maestri della suddetta corrente letteraria e “poeta
maledetto”, è tra i più grandi dell’Ottocento francese, soprattutto per la semplicità delle sue liriche
nelle quali traspare, attraverso versi pregni di risonanze ed armonia, l’anima di un fanciullo che
contempla il mondo e ne canta le bellezze e le miserie.

Ma anche Verlaine, da poeta maledetto che era, ha avuto il suo "momento azzurro" nel quale ha
invocato la Mater pietatis.
«Quella tempesta che fu la mia vita», così ha scritto di sé, rimembrando tutte le tempeste di
avventure degradanti, d’incontri disordinati, di malattie fisiche e morali, ma anche di nostalgia di
redenzione e di sforzi per scuotersi di dosso il fango della devastante amicizia ambigua con Arthur
Rimbaud.
Nostalgico dei valori morali, delle virtù cristiane e della presenza di Dio nella sua vita, pubblica nel
1881 la raccolta di poesie intitolata “Sagesse” (Saggezza) che si apre con la prefazione dell’autore
che così scrive:

L’autore di questo libro non ha sempre pensato come oggi. Egli ha lungamente errato
nella corruzione contemporanea, prendendo la sua parte di colpa e d’ignoranza.
Dispiaceri molto meritati l’hanno dopo avvertito, e Dio gli ha fatto la grazia di
comprendere l’ammonimento. Egli si è prosternato davanti all’Altare lungamente
misconosciuto, adora la Bontà Infinita e invoca l'Onnipotente, figlio sottomesso della
Chiesa, l'ultimo nei meriti, ma pieno di buona volontà.
Il sentimento della sua debolezza e il ricordo delle sue cadute l’hanno guidato
nell'elaborazione di quest'opera che è il suo primo atto di fede pubblica dopo un lungo
silenzio letterario : non vi si troverà nulla, egli spera, di contrario a quella carità che
l'autore, ormai cristiano, deve ai peccatori di cui ha un tempo e quasi poc'anzi praticato
gli odiosi costumi.
Ci troviamo di fronte ad un autentico “proemio letterario” in cui è preponderante l'espressione
della conversione, con il rifiuto della vita passata, trascorsa nell'abiezione del vizio.
Interessante, però, è la seconda parte di questa raccolta poetica, in cui, il lettore si imbatte in una
splendida lirica alla Madonna che resta tra le cose più belle del poeta.
Ritrovata la fede della sua infanzia, il poeta si affida a Maria, e da sciagurato era consapevole di
aver sperperato “tutti i doni, la gloria del battesimo e l'infanzia cristiana essendosi perso in vili
moine fino all'ultima vigoria dello spirito”.
Convinto che solo Lei, l’Auxilium Christianorum può aiutarlo a procedere sui sentieri del bene e
della purezza, così scrive:
Voglio amare ormai solo Maria. Sono, gli altri, amori di precetto. Ma benché necessari,
mia madre soltanto Può accenderli nei cuori che l’amarono.
 
Solo per Lei ho cari i miei nemici, Per Lei ho promesso questo sacrificio, E la mitezza di
cuore e lo zelo al servizio, Fu Lei a concederli, a me che la pregavo.
 
E poi ch’ero debole ancora e malvagio, vili le mie mani Gli occhi abbacinati dalle strade,
Ella mi chinò gli occhi, mi giunse le mani E m’insegnò le parole che sanno adorare. 
Per Lei ho voluto queste mestizie, Per Lei il mio cuore è nelle Cinque Piaghe, D’ogni mio
sforzo buono verso croci e tormenti, Poi che La invocavo, Ella mi cinse i fianchi. 
Voglio ormai pensare solo a mia madre Maria, Sede della Saggezza, fonte di ogni
perdono, E Madre anche di Francia, poi che da Lei attendiamo Incrollabilmente l’onore
della patria. 
Maria Immacolata, amore essenziale, Logica della fede cordiale e vivace, Amando voi,
ogni bontà non è forse possibile, Amando voi, Soglia del cielo, unico amore?.
Sono versi questi, che ci fanno comprendere lo stato d’animo in cui si ritrova il poeta, che cerca in
ogni modo, di riprendere una vita regolare e pregna dell’amor di Dio.
C’è una racconto, probabilmente ispirato alla realtà, di Anatole France che ci narra del poeta
maledetto, capace di comporre "le più dolci canzoni del mondo", che viveva tra l’ospedale e una
stanzuccia di locanda, in un vecchio povero quartiere parigino.
Egli, abitualmente, tra tutte le viuzze per tornare a casa prendeva quella che «era secondo il suo
cuore, fiancheggiata di stamberghe e bugigattoli», unicamente perché «portava, sul cantone di una
casa, una Madonna dietro una grata, in una nicchia azzurra». Fa tenerezza questa immagine di Paul
Verlaine che ama una straduccia soltanto perché in essa era presente l’immagine di Maria
Santissima e, secondo la più nota delle esegesi critiche, il poeta, incamminandosi in quel vicoletto,
si sentiva in compagnia della Mamma Celeste, cercando da Lei, probabilmente, anche l’amore e
l’affetto che aveva ormai perduto da sua moglie e da suo figlio.



                                                                                  


lunedì 9 aprile 2012

Auguri, posticipati per riflettere


Anzitutto, il gruppo Proelium fa i suoi sentiti auguri - pella passata Pasqua - ai suoi lettori.
Ci si chiederebbe: perché un sito cattolico fa gli auguri in ritardo?
Il sito cattolico vi chiede: quale particolarità avrebbe avuto il consueto scritto con raccomandazione di partecipare alle funzioni pasquali? Chi di voi si sarebbe fermato a leggerlo?

L'intenzione è di proporvi una riflessione circa la Resurrezione, per poter fare un parallelismo con quanto auguriamo gl'italiani intraprendano. Meglio è parlare di Resurrezione, quand'essa è già avvenuta: il nostro augurio, di conseguenza, è anche poter, un giorno, parlare della resurrezione del popolo italiano, quand'essa sarà avvenuta.

La Resurrezione anzitutto fa della sofferenza un suo palese strumento. La Resurrezione - come espiazione, oltre che come vittoria della Vita - si serve della sofferenza.
In quanto Cristo è il Principe degli umili, è l'Umile, Egli abbraccia la Croce. Pur essendo Dio - ossia l'Altissimo -, Egli si sacrifica, con un'umiltà talmente grande da risultare incomprensibile; nella logica, si sacrificano le cose inferiori, per qualcosa di superiore.
La Resurrezione è già avvenuta, regna la Vita. Quanto è bene meditare la sofferenza quand'essa non c'è, quando essa è passata, non ci acceca! Meditare il Sacrificio significa meditare circa il prezzo della Gioia posseduta, comprenderne il valore.
La Pasqua è un invito alla Gioia, poiché il cammino pasquale non si ferma alla morte di Cristo: esso si compie colla Sua Resurrezione. Ecco che, per sbugiardare le voci anticattoliche che si levano a condanna di un "culto di sofferenza ed annientamento", si può rispondere: "Cristo è risorto!".

Meditare il Sacrificio, ora che "tutto è compiuto",  significa comprendere il valore della la salvezza donataci. Come possiamo noi rifiutare un tale dono?
L'uomo d'oggi lascia spingersi dal dazio del sacrificio a rifiutare la resurrezione, la salvezza. Rifiutare la Croce è l'atteggiamento proprio del demonio. Il demonio è principe del disordine, mano di distruzione, seme di discordia.
In quanto, all'inizio del nostro percorso, abbiamo deciso, con Proelium, di prendere posto nella battaglia trascendentale- pella restaurazione dell'uomo -, non possiamo evitare il parallelismo tra la Croce e le croci attuali del popolo italiano (il quale non è poi dissacrante, siccome perno principale della restaurazione dell'ordine è e rimane Cristo; Omnia instaurare in Christo). Similmente all'atteggiamento del distruttore (il demonio), anche il popolo italiano si sta facendo distruttore di sé stesso, poiché fugge la sofferenza, piuttosto che cercare la sua resurrezione.

Il Cattolico, durante la Quaresima, attende la festosità della Pasqua attraverso quaranta giorni di astinenze, digiuni e personali rinunce. Come grande gioia anima il giorno della Pasqua, quanta gioia animerà il giorno in cui il popolo italiano potrà dirsi veramente libero?

Noi sappiamo che la resurrezione del popolo italiano deve passare attraverso la restaurazione dell'ordine spirituale: infatti, l'uomo moderno è diventato debole, poiché è diventato insensibile, poiché sta perdendo le qualità proprie del suo essere umano.
Ognuno interroghi sé stesso: quanti han partecipato alla Messa della domenica delle palme, a quella di Pasqua, forse anche alla Via Crucis del Venerdì Santo, senza varcare il soglio di una chiesa in altro giorno dell'anno? Quanti sono stati presenti alla funzione, ma ciechi e sordi di sensi e di animo? Ecco, se Dio è Amore, ed Egli può tutto, come può l'uomo - sua immagine e somiglianza - pretendere di potere qualcosa rendendosi sale insipido, non avendo più sensibilità d'animo?
Poiché egli percepisce la spiritualità sempre più come una cosa non appartenentegli, egli si sta destinando alla degradazione, alla distruzione.
Dio manifesta il suo Amore mediante il Sacrificio del Figlio; parimenti l'uomo ritroverà il suo amore abbracciando la propria croce.

Ecco che, il sito cattolico, che fa gli auguri in ritardo, lo fa invitandovi ad assaporare il cammino di restaurazione cattolica dell'animo; perché ognuno analizzi sé stesso, comprenda d'essere immeritevole e si renda umile, abbracci la propria croce e cammini verso il suo personale ritorno alla Vita.

Sperando - peccando forse di presunzione - che le nostre parole possano spingervi a scegliere d'attraversare il vostro personale sacrificio.

                                                                              In Gesù per Maria

CHIARIMENTO SUL SIGNIFICATO DI "RIVOLUZIONE"



Nel nostro ambiente è molto diffuso il concetto di “rivoluzione”. E’ necessario, però, chiarire bene siffatto concetto, affinché non si cada in insidiosi equivoci semantici o ingenerare  confusioni ideologiche tali da rendere controproducente  ogni sforzo teso a dare un senso positivo alla propria battaglia.

In Forza Nuova, da principio, si distingue decisamente l’anima  cattolica. E per tale appunto , non ci si può imbattere a cuor leggero in definizioni che si pongano in oggettiva contraddizione rispetto alla dottrina della Chiesa.

Il significato di “Rivoluzione” per il Magistero Tradizionale Cattolico, e per la dottrina stessa, riveste un’accezione negativa. Esso indica un sovvertimento,  una “esplosione di orgoglio e di sensualità” (P. De Correa) che dà all’uomo la presunzione di poter astrarre da Dio,  rendersi avulso da tutto ciò che è legge naturale.

S’inizia, per l’appunto, dalla prima Rivoluzione, la rivolta antigerarchica  infiammata da Lutero contro la Chiesa (protestantesimo), dalla quale si dipana il filo rosso per altre successive tappe fondamentali per  quella che si configura come l’opera di liquidazione dell’ordine tradizionale, e cioè, la Rivoluzione Francese (illuminismo) e quella Comunista (marxismo).
Infine, il raggiungimento del gradino più basso del livello di degradazione umana: la Quarta Rivoluzione, con l’uomo ridotto al rango delle bestie, consumato dalle droghe, dai facili piaceri e dagli psicofarmaci, svuotato di ogni senso religioso ed identitario, rimbambito dal relativismo dilagante e dalle false opinioni.
Tutto dovrebbe culminare nel Mondialismo e nell’inveterato progetto massonico della Repubblica Universale sotto il governo dagli illuminati: gli emeriti e “naturali”  prosecutori della ribellione di Lucifero.

Appare ovvio che il termine “rivoluzione” per il forzanovista assuma un valore  semantico diametralmente opposto, se confrontato a quanto qui sopra delineato.
D’altronde,  se ad un’auspicata fase rivoluzionaria,  succede  come prospettiva  un’opera di Ricostruzione Nazionale (gli otto punti), allora il tutto acquisisce un senso compiuto.
Come quando  si deve estirpare un tumore, il procedimento dev’essere tale da non procurare danno ai tessuti contigui. La rivoluzione, alla medesima stregua, assumerebbe una valenza segnatamente positiva e chirurgica.
Quindi , l’idea giusta sarebbe quella di non sovvertire o far tabula rasa di tutto, ma salvare quanto vi sia di valido ancora (ammesso che vi sia!),  rimuovere  la parte deteriorata e ricondurre  il tutto ad un piano di normalità per il ristabilimento del primato  della legge naturale (Dio) nella società, e soprattutto, nell’uomo (conversione).  

L’etimologia deriva  dal latino ‘re-volvere’ che, guarda caso, attiene  proprio a tale ordine di idee.  In astronomia per rivoluzione viene inteso il moto che un corpo percorre intorno ad un altro per ritornare al punto di partenza. Moto ciclico o tuttalpiù ellittico. Il moto, appunto, di rivoluzione che la Terra e gli altri pianeti compiono attorno al loro astro, il Sole.

Ne deriva che  l’autentico significato di Rivoluzione dovrebbe implicare un ritorno all’origine: in chiave politica, ad  un recupero dei valori autentici cristiani (Regalità di Cristo) . E’ evidente che ciò non equivale a sottintendere l’avallo di una visione ciclica della storia umana. Si parla, in proposito, di un ricollocamento sui binari della retta linea provvidenziale.

Nella pubblicistica anti-giacobina sovente è stato l’uso  di termini come “restaurazione”, reazione” e soprattutto di “controrivoluzione”. In effetti,  ogni azione destinata a riportare tutto come prima si colloca in antitesi al processo rivoluzionario stesso. Specialmente se questo concorre a prodursi in un margine di tempo ristretto e immediato, nel quadro, propriamente, di una perentoria  re-azione: allora è legittimo parlare di  Controrivoluzione.
Basti pensare alla Vandea cattolica che comprese subito  il tranello camuffato ad arte dietro agli immortali principii dell’89. Altri esempi furono il sanfedismo meridionale e la “guerrilla” ispanica antinapoleonica.

Nel caso del Fascismo, la propaganda ufficiale declamava di “Rivoluzione delle Camicie Nere”. Ma di fatto anche qui sarebbe lecito parlare di "controrivoluzione". La forza d'urto creata dalla compagine mussoliniana si rivelò, infatti,  come l’anticorpo necessario in grado di bloccare anzitempo l’espandersi nel corpo sociale del veleno rivoluzionario che avrebbe fatto piombare l’Italia nel caos marxista e bolscevico.  Chiaramente lo scadimento del vocabolo procurato  dalla  cultura avversa (liberale e progressista) rese all'epoca alquanto inopportuno il proprio uso.
Quindi, letteralmente dicasi “rivoluzione”, ma seppur implicitamente, si tratta  sempre di una "controrivoluzione". Come d’altra parte gli stessi detrattori antifascisti non si attardarono a coniarlo col secondo termine, per ‘addobbare’ al meglio le loro false e pretestuose storiografie.      

 Senza indugiare in vacui machiavellismi concettuali e senza mostrarsi pavidi nell’esporre le proprie salde convinzioni,   il forzanovista deve saper distinguere e differenziare la sua reale disposizione d’animo (contro)rivoluzionaria, eludendo ogni cedimento verso le parole d’ordine maggiormente consone all’eterno Nemico.
Nel tempo in cui è perfino il salumiere di sotto casa ad invocare l’agognata rivoluzione, sarebbe importante adoperarsi per dare più vigore alla sostanza implicita racchiusa nella parola, invece che soffermarsi sul suo illusorio “nominalismo”. 






       


sabato 31 marzo 2012

Alcuni consigli pella fortificazione dei figli (e di sé stessi).

Crescere i figli è uno dei compiti più complessi ai quali siamo stati (quasi) tutti destinati. Crescere noi stessi, in più, è un qualcosa di inevitabile.
Crescere un figlio significa porre le basi pel buon (o meno) svolgimento d'un'esistenza, pella riuscita d'una salvezza eterna. Altresì, crescere noi stessi - nella giusta maniera - è essenziale per mantenerci sul giusto cammino.
Non m'accaparrerò certo il diritto di predicare com'è giusto tirar su un figlio: voglio solo riunire alcuni consigli i quali certamente rivolgerei a qualsiasi persona me ne chiedesse, sia per un figlio che per sé stessi.


Necessario è crescere (e crescersi) persone ferme. L'immobilità di Dio ci fa dedurre che la perfezione sta nella staticità, tant'è che noi, esseri imperfetti, ci differenziamo da Dio anche pella nostra mutevolezza. Con persone ferme voglio intendere decise, sicure, aventi basi forti a cui aggrapparsi, caratterizzate da univocità. Con univocità intendo serbare il minor numero possibile di punti discutibili, attaccabili, il minor numero possibile di ambiguità; specialmente in campo di Fede (la quale è razionale) e di morale, bisogna debellare le debolezze.
A parer mio, la fermezza è quanto acquisiremmo in una condizione di crescita (che si tratti di quella infantile o di quella condotta in età adulta) ideale. Siccome questa condizione è, per forza di cose, quasi impossibile, bisogna tener presente che la perfezione si può solo vagamente rasentare. 


Due sono le condizioni necessarie: consapevolezza e serenità.
Dare consapevolezza ad un infante significa anzitutto non oscurargli l'argomento "male", farglielo affrontare. S'ha paura di ciò che non si conosce, mentre si ci può difendere e si può smontare ciò di cui conosciamo le debolezze. Per fare ciò, però, bisogna che l'argomento sia trattato in una situazione di palese avversità: è assolutamente male che si lasci il soggetto in crescita in balia di ambiguità; così io non permetterei a mio figlio di vedere cartoni o leggere giornaletti ambigui, ma lascerei che il bimbo guardasse cartoni e leggesse giornaletti in cui il male è presente, ma è condannato. In questa maniera, crescendo, il bimbo non verrà traumatizzato dallo scoprire il male violentemente, bensì sarà vigile. Tanto vale anche pell'adulto che sta affrontando un percorso di crescita: egli non frequenterà compagnie ambigue, ma non fuggirà i discorsi - circa condotte errate ed argomenti negativi - fatti con cognizione di causa.
Dare serenità vuol dire far sì che l'infante non cresca in un ambiente teso. E' necessario che la famiglia venga vista dal bimbo come una fortezza. Ci deve essere armonia, amore. La famiglia deve rispettare l'ordine delle cose, affinché il bimbo provi piacere nello starci, vi si senta sicuro. Questo porrà le basi anche per una persona legata ai valori tradizionali, in quanto questa avrà una forma mentis ben strutturata. Estremamente utile è che non vi siano preoccupazioni tali da ostacolare l'assimilazione della Verità. Pell'adulto possiamo fare parallelismo colla necessità ch'egli cerchi di stabilire serenità nella sua famiglia, nel suo ambiente lavorativo, nelle comitive che frequenta, nella sua vita. Egli dovrà evitare di condurre una vita caratterizzata da ansia, fretta e nervosismi vari, per quanto sia questo, oggi, possibile. Sarebbe anche utile (nonostante rasenti l'utopia dirlo, in questi tempi) cercare un lavoro di contatto colla natura, un lavoro che non opprima e che rispetti la dignità di uomo. Bisogna educare (ed educarsi) a ritenersi esseri umani, non animali né esseri economici, non macchine: bisogna aver ben presente cosa è realmente l'essere umano, agire rispettando ciò. 

Consapevolezza significa anche che il bambino deve cominciare a capire d'essere un essere imperfetto, così come imperfetto è ciò che intorno: non deve essergli nascosta la verità poiché troppo "grande" pella sua età, ma deve essergli resa comprensibile, semplice. I primi anni di vita, infatti, sono quelli caratterizzati da maggiore malleabilità: questa è un'opportunità la cui perdita sarebbe imperdonabile. Anche l'adulto deve evitare di credere di poter raggiungere la perfezione in questa vita, altrimenti la difficoltà e la delusione lo spingerebbero ad abbandonare il giusto percorso.

Bisogna far sì che il bimbo consideri Dio in ogni cosa che andrà a fare, in maniera tale che prenda familiarità collo Stesso. Vedere Dio come una presenza perenne, come un Qualcuno che c'è anche nelle nostre azioni più banali, ci proietta certamente in una dimensione meno soggetta alle debolezze mondane. Parimenti l'adulto deve cercare di avere un rapporto familiare con Dio, pur mantenendosi nel rispetto e nella sottomissione: Dio infatti non è una figura dispotica tra noi e 'l Quale v'è distacco e freddezza, Egli è il Padre, e, come il nostro padre terreno ci darà affetto e avrà, con noi, un rapporto confidenziale, tanto più il Padre Celeste è legato a noi da amore.

Il soggetto in crescita (si parli specialmente dei bambini) deve essere pronto alla difficoltà: necessario è attraversare le proprie prove psichiche, spirituali e fisiche. "Ciò che non uccide fortifica". Ciò servirà a far sì che il soggetto veda nella sua formazione un'arma, affinché egli non possa esser tentato di cedere alle sulfuree, solite, lusinghe, coll'illusione di poter eludere le prove. Egli deve imparare a vedere nelle basi che i genitori (o sé stessi) stanno tentando di dargli una corazza, uno scrigno che contiene la forza necessaria per sopportare la ricerca della chiave di risoluzione di situazioni problematiche. I bambini hanno (devono avere) l'appoggio dei genitori e delle altre figure di loro responsabili, ma gli adulti possono trovare conforto nel fatto che 'l Signore non pone mai difronte al suo servo una voragine più lunga della sua gamba: perciò non abbiano timore. 

In ultimo, mi sento di sottolineare la necessità di debellare gli eccessi: Dio è buono e giusto, la Sua bontà e la Sua giustizia si bilanciano perfettamente. Cercare anche voi di essere così coi vostri figli (o con voi stessi); non privateli(vi) di tutto ciò che dà loro(voi) piacere e gioia, né educateli(vi) all'ozio ed alla mancanza di responsabilità e dovere. Questo è essenziale, a mio parere, per un percorso di crescita equilibrato e sereno.



Il nostro obbiettivo è formare uomini che, in forza dell'accettazione dell'immenso dono che il Signore ha voluto farci, siano realmente capaci di vivere. Proiettare ciò nei nostri tempi significa formare uomini pronti ad affrontare le tribolazioni che ci sono e quelle che ci attendono, affinché possano ottenere la meritata ricompensa.

domenica 18 marzo 2012

Aborto: assurdità del nostro tempo


  • Illogicità dell'aborto. 

Cavalcando il nonsenso della nostra epoca, si sta riuscendo a contorcere la coscienza comune: essa sta sempre più assimilando l'aborto come un presunto “diritto della donna”.

In quanto essere umano capace d'intendere e di volere (perciò pienamente padrone di sé stesso e della propria vita), costei avrebbe diritto a decidere della propria maternità. In questo caso, assistiamo al “diritto d'una vita di decidere d'un'altra”, questo dovrebbe – quindi - significare che la vita embrionale possiede una minore dignità intrinseca, rispetto a quella d'un essere umano “compiuto”; altrimenti da dove nascerebbe questo diritto?

Considerando che qualcosa di inferiore non può suscitar da sé qualcosa di superiore, siamo caduti nell'assurdo. Come potremmo mai - noi esseri umani - avere determinate caratteristiche, se l'embrione non le possedesse già in potenza?

  • Aborto come incentivo alla morte d'una civiltà.

Tutti sanno che avremmo bisogno di figli, ma molti (non tutti, ancora, per grazia divina) insistono nell'asserire che uccidere figli della nostra terra sia un diritto inviolabile delle donne della nostra stessa terra.

L'Italia ha un tasso di natalità inferiore a quello minimo pel mantenimento d'una popolazione, da decenni; inoltre, date le invasioni da parte di stranieri, possiamo asserire di starci dirigendo verso l'estinzione; l'italianità si sta diluendo in un aggregato informe di vite umane che niente hanno in comune; che, quindi, non possono definirsi popolo.

Coll'aborto stiamo contribuendo a condannare a morte un popolo.

  • Aborto come avvilimento della dignità dei legami affettivi e della sessualità umana.

Coll'accettazione dell'aborto, assistiamo alla scissione del potenziale vitale proprio dei sentimenti e della sessualità, da questi stessi. Siamo così felici di rendere la vita una proprietà opzionale di quanto noi compiamo e proviamo? Le azioni nostre - che siamo esseri vivi - possono mai prescindere dalla vita? Non accettando la vita, noi che siamo vita, non accettiamo noi stessi.



La vita è un qualcosa sotto cui l'uomo è posto a dipendenza. In quanto s'è a dipendenza di cose superiori a noi, il fatto che vogliamo accaparrarci il diritto di capire e amministrare la stessa è un qualcosa di pericoloso e controproducente. Noi non accettiamo che la gente contribuisca a mettersi in pericolo: è dovere informare, combattere, resistere alla seduzione delle parole vuote, ipocrite e sulfuree di coloro i quali vogliono incantarci con false concezioni di diritto, dignità e libertà.

mercoledì 7 marzo 2012

Letture consigliate: - IL VITELLO D'ORO -

RECENSIONE SINTETICA:



Titolo: Il vitello d'oro - l'altra faccia della storia
Autore: Orio Nardi
               edizione riveduta e curata da Salvatore Panzica
Casa editrice: Salpan Editore
Pagine: 368

Ordinabile sul sito della casa editrice Salpan.



COMMENTO PERSONALE:


Chi realmente ha, per secoli, deciso del mondo (e continua tutt'ora a farlo)? Come l'ha fatto?


Ero partita coll'intenzione di dedicare a questo libro poche righe, eppure, nel corso della lettura, la grande mole di dati e di documentazione, l'ampia quantità di rimandi ad approfondimenti e la ben fatta generalizzazione dell'argomento che quest'opera possiede, m'han convinta a pubblicare il mio personale parere in merito allo stesso.
Leggendolo, non ho potuto che pensare che questa è proprio una di quelle opere da proporre ai tanti che hanno un'idea confusa di ciò che realmente n'è stato della storia reale - o anche ai tanti a cui fa piacere addentrarsi tra righe ben composte su argomenti che DEBBONO attrarre l'interesse del popolo -. Questo scritto, abbracciando, a larghe linee, gran parte della storia e preferendo dare al lettore delle linee guida che lasciano spazio all'intelligenza dello stesso - e che gli forniscono gli strumenti adatti a poter mantenere l'orientamento nell'interpretare gli eventi -, piuttosto che darsi alla minuziosità (che, data l'indefinita dimensione dell'argomento trattato, "costringerebbe" l'autore a tralasciare troppe cose), è realmente un libro che vale la pena possedere nella propria biblioteca.

Preferendo che a continuare a parlarvi (in quanto ho trovato realmente che quest'opera parli, cosa che riesce solo a quanto\chi realmente contiene qualcosa di interessante) sia il libro stesso; spero che le mie parole vi convincano a procurarvi questo scritto, poiché esso è realmente molto soddisfacente.

Sperando che non ci manchi la benedizione della Sempre Vergine e la direzione dello Spirito Santo.

domenica 4 marzo 2012

Sulla necessità di non segretarsi.

Dio mette in luce il sentiero giusto mentre il mondo, pur di evitarlo, sceglie vie oscure.
Sul percorso luminoso, le giuste difficoltà sono poste come insegnamento, in quanto, illuminate, le possiamo vedere prima ch'esse incombano, possiamo prepararci e superarle, vedendo chiaramente anche ciò che ci attende dopo.

Nel corso della storia, ciò ch'ha distinto il bene dal male è sempre stato la trasparenza del primo e la segretezza del secondo. Un male che si vergognava d'esistere, in quanto, se si fosse palesato, sarebbe corso verso la fine.

Il Signore dice: "Alla fine dei tempi tutto ciò ch'è segreto verrà svelato".
Quale necessità avrebbe di svelare del bene? Non è egli stesso Bene? Egli è venuto tra le genti e s'è rivelato, come anche tutto ciò che è bene non ha vergogna d'avvenire sotto lo sguardo di tutti.

Ripercorrendo la storia fino ai giorni nostri, possiamo delineare come il male cerchi d'infiltrarsi negli animi mediante le sottigliezze.
Ogni malattia nasce da un piccolo germe, una singola cellula, per diventare morbo di tutto l'organismo.

Il fatto che oggi il male non si vergogni poi tanto d'apparire - in quanto è sotto i nostri occhi il fatto che lo stesso si stia lentamente palesando - deve risultarci campanello d'allarme: siamo realmente ai tempi in cui Cristo ci chiede: quando tornerò, troverò ancora Fede? 


Ogni genitore sa che correggere i figli lo si può fare quand'essi sono ancora in età d'apprendimento, cosa che dopo non sarà più possibile.
Per evitare che l'uomo senta il bisogno di correggersi, ecco che il male sta operando un'azione d'imbruttimento dell'uomo, una desensibilizzazione.
Ai nostri piccoli è proposta violenza e libera sessualità, ai grandi è proposto libertinaggio e materialismo; i nostri anziani vedono vergogna nella classica figura di "saggi" che la storia ha loro attribuito e versano tutti nell'oblio della ricerca dell'eterna gioventù. Tutti vengono spinti al rifiuto della responsabilità. Quest'ultima non è più vista come orgoglio, ma come peso.


Come può un uomo del genere apprezzare il grande dono che Dio ha fatto noi - investendoci della dignità di poterci spingere verso la beatitudine - ? 


Oggi i seguaci di Cristo sentono veramente di essere una minoranza. Ciò che il bene deve evitare è cadere nel modo di fare del male: il buono deve sforzarsi di non segretarsi.

Molti sono i santi della storia che c'hanno trasmesso un certo disprezzo del mondo, in quanto "stavano nel mondo ma non erano del mondo". Il male, al contrario, è amante del mondo: per questo spinge l'uomo ad appiattirsi al livello dello stesso, a comportarsi come un animale, che realmente è del mondo. Ciò che è del mondo è destinato a finire, in quanto questa terra passerà. Così, la natura potenzialmente eterna ed infinita dell'uomo viene spinta ad estinguersi verso l'essenza finita e limitata della terra.

Compito del vero cristiano, oggi, è anche quello di proporsi come reale ammiratore dell'uomo, in contrapposizione all'ipocrita filantropismo di facciata del male.

Educatevi ed educate ad accettare le sfide e sopportare le sofferenze; apprezzate ciò che siete in potenza di fare e cercate di mettere questo in atto: tentate di perfezionarvi sull'esempio di Cristo, in quanto dove non arriverete soli certamente Dio vi porterà.

Il cristiano proponga al mondo il suo carattere vivo, opponga alla precarietà del nuovo uomo-animale la sua propensione spinta al miglioramento.

Cristo si è proposto al mondo (Via, Verità e Vita) come il reale percorso vitale che l'uomo, per peculiarità, cerca. Nostro è il compito di farci ancora una volta emissari di Nostro Signore in un mondo che sta velocemente regredendo, come proposta perpetuamente valida di elevazione e sublimazione.

Augurandoci che la protezione della Santa Madre non c'abbandoni mai, né mai abbandoni la Sposa di Cristo.